Cammoro è una frazione del comune di Sellano (PG).

Posto a 958 m s.l.m., nella parte occidentale del territorio comunale e sulle pendici dell’omonimo monte, è all’incirca equidistante da Foligno, Spoleto e Norcia. Il piccolo paese (17 abitanti, secondo i dati Istat del 2001) si arrocca attorno al castello di guardia, costruito tra il XIII e il XIV secolo – poi divenuto chiesa di Santa Maria Novella. Cammoro è parte di un territorio di particolare interesse naturalistico, riconosciuto come Sito di Interesse Comunitario

 

STORIA

È una delle antiche communitas che fecero parte nella irreversibile espansione del comune di Spoleto come terra di confine con Foligno e Camerino. Nel 1860 fece parte del comune di Sellano insieme alle comunità di Orsano, Postignano e Montesanto.
Castello di pendio, sorto a guardia del Fosso di Càmmoro attraversato dalla antica Via della Spina che collegava sin dall’epoca romana Spoleto con Plestia, sull’altopiano di Colfiorito.
Nel 1228 secondo lo storico Severius Minervius il castello si dette a Spoleto. Nel 1239 il sindaco di Càmmoro Alemanno sottopose il castello in perpetuo al comune di Spoleto.
Fu oggetto di numerosi attacchi da parte del Comune di Trevi fra i quali si ricorda un fatto curioso avvenuto il 6 aprile 1274 quando i trevani approfittando delle lotte intestine di Spoleto con 3000 fanti salirono ad occupare Orsano e Cammoro. Proprio in quel momento si trovarono a passare nella valle 50 cavalieri spoletini, credendo fosse l’avanguardia di un grosso esercito, i trevani si dettero alla fuga, i cavalieri approfittarono dell’errore per inseguirli insieme ai castellani. Arrivarono sino alle porte di Trevi uccidendone molti e catturando 70 prigionieri che furono successivamente rilasciati dopo la stipula di una pace.
Il castello era regolato da Statuti emanati dal Comune di Spoleto nel 1597 suddivisi in 5 libri e tuttora conservati presso l’archivio del Comune di Sellano.
Negli stessi si legge che ogni anno il Comune doveva offrire per l’Assunta il pallio del Castello due ceri e la dativa del fodrum o focatio in segno di sudditanza alla Signoria della Magnifica città di Spoleto.
Il castello di Cammoro godeva delle autonomie comunali solite sotto la Signoria in base alle “ Constitutiones Aegidianae ” con l’eccezione di accettare il podestà che vi inviava Spoleto.
Una curiosità contenuta negli Statuti sta nell’alto numero di animali che era consentito di possedere a ciascuna famiglia, cioè 100 pecore 50 capre 4 cavalli e 8 puledri.
Nel 1611 si contavano 351 abitanti, nel 1713 scesi fino a 200 e ad oggi solo poche decine.
La viabilità attuale non si discosta granché da quella romana e altomedievale. Se si percorre la vecchia strada in direzione del castello, si incontra prima un gruppo di casali (interessante casa con palombara e decorazioni simboliche), poi un piccolo complesso in abbandono (forse un antico mulino) con resti di una torre alla confluenza col percorso montano e, infine, un borgo nelle immediate adiacenze delle mura.
Il castello è costruito su un cono roccioso la cui naturale inaccessibilità è accresciuta dall’alta e compatta muraglia che oggi corrisponde alla chiesa parrocchiale (un tempo sede comunale) ed alla sua torre campanaria. Questa era posta a guardia della viabilità d’accesso.
L’impianto urbano dell’antico centro è caratterizzato da uno schema viario a tornanti molto ripidi da cui si diramano strade a fondo cieco pressoché piane e parallele.
Come in altri centri, anche qui il tessuto edilizio doveva essere in origine più compatto dell’attuale e racchiuso nella cinta muraria di cui ancora si rinvengono tracce. Oggi invece rimangono spazi vuoti tra le case, destinati ad orto o giardino.
Se si eccettua qualche episodio di recente compromissione il centro conserva nel suo complesso un carattere unitario.
Dal 1899 è sede di una “Università Agraria“, ora detta “Comunanza Agraria“, cioè un’associazione istituita dallo Stato che ha lo scopo di tutelare i beni demaniali del territorio circostante e di curarne lo sfruttamento economico (taglio della legna boschiva, raccolta dei tartufi, ecc.).

 

MONUMENTI E LUOGHI D’ARTE

Chiesa di Santa Maria Novella (XIV secolo). È un caso non frequente di chiesa pensile che si sovrappone ad un’antica via coperta (oggi frazionata in più vani), di cui sono ancora visibili i due accessi: il primo, sotto l’attuale facciata della chiesa, è in parte ostruito dalla attuale scala d’ingresso; il secondo, sul lato opposto e ad una quota inferiore, era l’accesso al castello dal borgo, oggi non più praticabile. La facciata ha subito nel tempo numerosi interventi che ne hanno alterato l’originario aspetto trecentesco. La torre campanaria è una ricostruzione del 1612-1613 (come risulta da una iscrizione sul lato a monte). Fu probabilmente realizzata con il reimpiego di materiali di demolizione di una torre precedente. I restauri post-terremoto hanno dapprima portato a rimettere in funzione l’orologio della torre campanaria, e nel 2012 alla riapertura della chiesa al culto.

 

Chiesa di Santa Lucia. Costruita intorno al XIII secolo, è la più antica chiesa parrocchiale di Cammoro. Posta a valle del paese e attualmente raggiungibile solo con un sentiero nel bosco, presenta affreschi quattrocenteschi attribuiti alla scuola folignate. Interessante la cappella ottagonale costruita a ridosso della struttura principale nel XIV secolo.

 

Chiesa di Santa Chiara. Piccola chiesa campestre romanica, un tempo dedicata a S. Paolo, e forse costruita sul luogo di un preesistente tempio pagano. Situata nella valle sull’antica Via della Spina, è il probabile resto di un monastero femminile, abbandonato già in epoca medioevale. La chiesa ha versato fino a non molto tempo fa in stato di abbandono ed è stata recentemente restaurata. Era collegata alla Valle di Cammoro dalla Via Paganuccia, ora quasi del tutto scomparsa, che terminava al sito denominato Fonte Paganuccia, situata alle pendici del Castello di Cammoro.

 

Eremo di S. Paterniano (XIV secolo), di stile romanico. Posto a mezza via circa tra Cammoro e Pettino, fu edificato nel luogo che secondo la tradizione sarebbe stato indicato da Paterniano, vescovo di Fano, che si trovò a passare per quei luoghi durante uno dei suoi viaggi a Roma. Caratterizzata da una facciata a capanna, presenta sul retro una piccola cella che venne occupata da eremiti sino alle soglie del XX secolo.